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Elementi di Psicologia

L’AGGRESSIVITÀ:

Per «comportamento aggressivo» si intende, in generale, l'insieme delle azioni deliberatamente lesive sul
piano fisico (come colpire, ferire), materiale (come derubare) o psicologico (come minacciare, insultare,
deridere), dirette verso uno o più individui. Sono stati individuati due principali tipi di aggressività:
strumentale, che si esprime in comportamenti aggressivi finalizzati al raggiungimento di un obiettivo (ad
esempio l'autodifesa);
ostile, che si esprime in azioni motivate esclusivamente dall'intento di danneggiare un'altra persona
fisicamente o verbalmente (in questo caso l'aggressione è fine a se stessa).
È possibile, inoltre, distinguere tra:
· aggressività attiva, nella quale il danno proviene da un'azione, come un pugno o una critica;
· aggressività passiva, nella quale il danno è causato dalla mancanza di iniziativa (per esempio non
aiutare qualcuno a soffrire meno).
Diversi autori hanno sostenuto che l'uomo è «per natura» aggressivo.
Com'è noto, Freud affermò che gli esseri umani sono guidati da impulsi sessuali (Eros) e aggressivi
(Thanatos) a base biologica, e per questo hanno bisogno di essere controllati e regolati dalle leggi della
società civilizzata.
Per l'etologo Konrad Lorenz, il comportamento aggressivo avrebbe in gran parte origine dalla spinta
genetica che, nell'uomo come nell'animale, opererebbe attraverso forti pressioni organiche: nell'individuo
si formerebbe un accumulo spontaneo di energia pronta a scaricarsi appena la situazione lo permette.
Ma il comportamento aggressivo non può essere considerato solo una questione biologica. Quando
parliamo dell'essere umano è necessario considerare anche:
· le condizioni ambientali;
· le esperienze fatte da ciascun individuo durante il suo sviluppo;
· l'educazione che ha ricevuto all'intermo e all'esterno della famiglia.
La precarietà delle condizioni economiche, la conflittualità familiare, la frequentazione di ambienti devianti
favoriscono, in varie combinazioni, l'assunzione di stili comportamentali aggressivi. Albert Bandura, teorico
dell'apprendimento sociale, ha distinto le forme elementari di aggressività fisica, che hanno luogo senza
che ci sia stata alcuna indicazione, da quelle più violente, che comportano, invece, l'uso di armi, di
strumenti o di abilità che devono essere state apprese socialmente. Esistono forme precoci di
prevaricazione, di trasgressione o criminose.
Un ragazzo cresciuto in un ambiente in cui, per far valere le sue ragioni, è dovuto ricorrere alla forza, non
sarà in grado di contemplare strategie di relazione con gli altri diverse da quelle che ha subito in famiglia o
sperimentato in strada.
I comportamenti aggressivi sono acquisiti anche attraverso l'imitazione dei genitori da parte del bambino.
Numerosi studi dimostrano che i genitori che maltrattano i figli sono stati a loro volta maltrattati o sono
venuti a contatto con modelli adulti violenti.
Altre volte i modelli aggressivi sono fomiti dalla cultura di appartenenza del soggetto e dai mezzi di
comunicazione. Nella società occidentale, ad esempio, il concetto di virilità è spesso coinciso con quello di
violenza.

 

L’AGGRESSORE:

L'aggressività, inoltre, è un comportamento che spesso sottintende emozioni quali l’ira e la rabbia.
Verso la fine degli anni Trenta è stata formulata l'ipotesi della frustrazione-aggressitivà secondo la quale le
manifestazioni aggressive implicano sempre uno stato di frustrazione e, viceversa, quest'ultimo è sempre
alla base di un comportamento aggressivo.
Le fonti della frustrazione possono essere le privazioni, le punizioni, le barriere o i sentimenti di
inadeguatezza che impediscono il perseguimento dei propri fini.
Un soggetto, quindi, si definisce «frustrato» quando è contrastato nella soddisfazione dei propri desideri.
Tale soggetto può dirigere la propria aggressività verso colui che ritiene essere la causa di tale situazione
oppure, quando ciò non è possibile, verso un suo sostituto (ad esempio un impiegato irritato col proprio
capoufficio può scaricare le sue tensioni aggredendo la moglie).
In genere viene scelto come sostituto un soggetto debole o indifeso che, per tali motivi, si presta bene ad
«assumere» il ruolo della vittima. Ciò spiega perché le persone aggredite spesso sono donne, bambini o
anziani. In alcuni casi l'aggressore è quindi, paradossalmente, un individuo che, per difendersi da una realtà
minacciosa (o vissuta come tale) sulla quale non riesce ad agire e per la quale non riesce ad individuare un
colpevole, da vita a comportamenti socialmente dannosi nei confronti di chi occupa un gradino più basso
nella scala gerarchica della forza o del potere. Il suo comportamento si configura come una strategia di
difesa (anche se patologica), che ha come scopo quello di scaricare l'accumulo di tensione intrapsichica. Per
tale motivo l'aggressore spesso:
· non pianifica le sue azioni;
· agisce inconsciamente, in preda a un raptus.
Altre volte, invece, si tratta di individui che hanno un livello di ansia e di insicurezza particolarmente basso,
non presentano problemi a livello di autostima e in genere, prima di agire, organizzano nei minimi dettagli il
loro piano (luogo, tempi, modalità e persone).

 

L’AGGREDITO:

In entrambi i casi, l'aggressore sa di essere in una situazione di vantaggio rispetto alla sua vittima perché:
· è lui ad iniziare l'azione (effetto sorpresa);
· spesso è fisicamente più forte (o si sente tale);
· il suo comportamento ha uno scopo ed è accompagnato dalla corrispondente motivazione a raggiungerlo.
Gli individui mossi dall'istinto di sopravvivenza sono soliti difendersi da una situazione minacciosa o
pericolosa con la fuga o con l'attacco.
Tuttavia tali comportamenti, anziché salvaguardarli, spesso si rivelano distruttivi o autodistruttivi.
Per essere «vantaggiosa», la difesa messa in atto per proteggersi da chi attacca, deve essere «adattativa»:
ciò che una persona pensa e vuole è strettamente dipendente dalla situazione, da ciò che le è consentito di
fare e dalle conseguenze stesse della sua condotta.
A nulla può servire, ad esempio, pensare di aiutarsi con un coltello o con un bastone se le circostanze non
lo permettono o se non si è in grado di utilizzarlo.
In ciò l'addestramento all'autodifesa si rivela utile, non solo perché fornisce alle persone gli «strumenti»
psicofìsici per affrontare al meglio le situazioni che mettono a repentaglio la propria incolumità, ma anche
perché l’aggressore, dinanzi ad una efficace reazione difensiva, non sarà più in grado di controllare il
comportamento dell'altro ed affermare così la propria superiorità.
Bisogna ricordare, comunque, che saper fronteggiare una situazione vuoi dire essere in grado di valutare se
e in che modo reagire ai comportamenti altrui.
A volte, qualora non sia necessario, può essere utile ignorare gli attacchi e non sembrare troppo sicuri:
un'eccessiva fiducia nelle proprie forze, infatti, può avere un effetto boomerang, perché l’aggressore può
percepire tale atteggiamento come provocatorio o di sfida.
In genere la vittima predestinata è una persona percepita, dal suo aggressore, come fisicamente o
psicologicamente debole e indifesa.
Nei casi di aggressioni perpetrate più volte sulla stessa persona, inoltre, si viene a creare una sorta di circolo
vizioso in cui l'aggredito, sottoposto ad uno stillicidio di soprusi, diventa sempre più insicuro e passivo
alimentando, in tal modo, il comportamento del suo aggressore.
E opinione comune che se un individuo viene fatto oggetto di una aggressione alla presenza di testimoni,
questi ultimi interverranno in suo aiuto; eppure ciò non è sempre vero.
Alcuni psicologi sociali, studiando casi di aggressione, hanno evidenziato un fenomeno noto come «inerzia
collettiva». Si tratta dell'indifferenza generale in cui spesso si trova la gente quando è testimone di
un'aggressione.
Notizie di persone assalite in luoghi pubblici e affollati, senza che qualcuno sia accorso in loro aiuto, sono
all'ordine del giorno.
Diversi ricercatori, cercando di spiegare tale fenomeno, sono giunti alla conclusione che:
· una persona, prima di intervenire, deve essere certa che si tratti effettivamente di un crimine,
tanto più che un fraintendimento la metterebbe in ridicolo;
· la presenza di più testimoni può inibire la risposta di aiuto per la tendenza di ciascuno ad attribuire
agli altri la responsabilità dell'intervento;
· vedere che gli altri non intervengono può portare una persona a credere che l'aiuto non sia
necessario.
Premesso che i mezzi per combattere le manifestazioni aggressive dovrebbero essere innanzitutto sociali ,
ovvero controllo, prevenzione della delinquenza ecc., a livello individuale, oltre ad utilizzare
accorgimenti preventivi (come frequentare luoghi affollati, evitare zone appartate
nelle ore notturne ecc.) ed eventualmente essere in grado di anticipare il comportamento dei
potenziali soccorritori al fine di modificarlo, è fondamentale la convinzione di essere arbitri
del proprio destino.
Se da un lato gli aggressori percepiscono le loro vittime come più deboli, dall'altro queste ultime tendono a
sopravvalutare chi le aggredisce e molte volte non reagiscono perché pensano di non farcela.
E indubbio che l'aggressione è una situazione che lede un individuo nella sua globalità, ma spesso il danno
maggiore, più che a livello fisico, si colloca a livello psicologico.
Le vittime di frequente sviluppano uno schema di comportamento autolesivo: sperimentano una perdita di
autostima tale che le porta a sentirsi inferiori e a concentrarsi sulle proprie debolezze, il che le rende
estremamente vulnerabili.
Credere di essere in balia degli eventi e di non poter controllare il proprio ambiente fisico e sociale può
avere, in questi casi, conseguenze letali.Albert Bandura ha coniato il termine «perceived self efficacy»
(autoefficacia percepita) per indicare che il senso di efficacia personale deriva dalla certezza di essere
all'altezza della situazione.
A parità di competenze, la convinzione di riuscire costituisce un vantaggio significativo rispetto al risultato
conclusivo.
Ad esempio, nello sport, a parità di condizioni fisiche e di preparazione atletica, la convinzione di poter
vincere rappresenta un notevole vantaggio.
Attraverso l'addestramento all'autodifesa le persone, oltre che acquisire specifiche competenze e abilità
fisiche, possono imparare a gestire l'ansia, ad accrescere il proprio sentimento di
autostima e, soprattutto, a sviluppare e consolidare l’autoefficacia percepita (cioè
la convinzione di «potercela fare»). Si tratta, in altre parole, di sviluppare negli individui
un'autentica fiducia nelle proprie capacità di riuscita in quelle situazioni che minacciano la loro incolumità.
A tal fine è indispensabile:
1. predisporre piani di sviluppo dell'efficacia personale individualizzati,
compatibili con le capacità e le potenzialità di ogni singolo soggetto e
caratterizzati da obiettivi di crescente difficoltà (affinché un insuccesso non
riporti la persona alla situazione di partenza);
2. fornire alla persona delle puntuali informazioni di ritorno (feedback)
relativamente ai risultati ottenuti. Al termine di ogni allenamento, discutere
con il proprio Istruttore il modo in cui è stato svolto un dato esercizio
fornisce all'allievo importanti consigli su come migliorare la qualità della sua
esecuzione. In caso di insuccesso è fondamentale incoraggiare il soggetto e
metterlo nella condizione di riflettere sulla prova, sulla prestazione e sui
propri punti di forza e di debolezza. Quando gli incoraggiamenti non sono
sufficienti, il confronto con gli altri diventa importante: è più facile
immaginare di riuscire vedendo che altri, simili a noi, mostrano di farcela.
Inoltre l'apprendimento è notevolmente facilitato quando si ha l'opportunità
di osservare in che modo va svolta una determinata prova.

 

In definitiva:

1. le persone che non credono di riuscire a padroneggiare una determinata
situazione si predispongono al fallimento e facilmente diventano vittime;


2. viceversa, coloro che hanno un alto senso di efficacia personale di fronte alle
difficoltà intensificheranno gli sforzi e cercheranno di impiegare nel modo
migliore le loro risorse personali.

 

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